Francesco Francia: l’importanza della formazione


di Nicolò Occhipinti

Fotografo professionista, insegnante di fotografia e comunicazione visiva, master Nikon School, vanta oltre 25 copertine di riviste nazionali ed internazionali tra cui Playboy, Donna, La Pelle, Fotografare e pubblicazioni editoriali e pubblicitarie su riviste come Vanity Fair, Chi, Vero, Eva 300, Mistero.

 

Dopo tutti questi anni di esperienza non solo come fotografo pubblicitario e di moda, ma anche come docente, come definiresti oggi la fotografia?
La fotografia, come tutte le forme artistiche, trova la sua massima espressione nella possibilità di evolvere in base ai cambiamenti che investono la società e quindi gli artisti stessi. È proprio oggi che la fotografia trova la sua massima espressione di dinamicità in quanto è la nostra compagna quotidiana, ad esempio sui social media. Se proprio devo dare una definizione, direi che la fotografia di oggi “una storia sulla bocca di tutti”. Fermo restando che non tutti sono bravi in ugual modo a raccontare la stessa storia.

Come sta evolvendo secondo te? Ci saranno tempi migliori o peggiori per chi opera in questo settore?
È una forma di linguaggio che man mano diventa sempre più popolare. Se vent’anni fa scattare una foto a pellicola era una pratica riservata a pochi appassionati, oggi chiunque può dilettarsi con mezzi professionali e non nell’arte dello scrivere con la luce. Tuttavia, non è sufficiente esprimersi con questo linguaggio in maniera corretta, ma bisogna farlo anche con uno scopo, altrimenti si rischia di non mandare all’interlocutore alcun messaggio. Mi immagino un futuro in cui sarà ancora più semplice scattare fotografie, ma per evolvere veramente il fotografo dovrà sempre sviluppare nuove idee e progetti, come è sempre accaduto nella storia.

Ci capita spesso di intervistare fotografi emergenti o già affermati che, nonostante gli ottimi risultati, confessano di non avere mai effettuato specifici studi, ma di avere imparato direttamente sul campo e grazie all’intuito. Ma molto dipende dal genere fotografico. Quanto è importante la formazione tecnica nella foto di moda e in quella pubblicitaria?
L’intuito è una gran cosa: unita a un’esperienza sul campo, magari di molti anni, porta a dei buoni risultati. I problemi nascono quando colui che non ha mai studiato fotografia e comu­nicazione visiva, incontra un ostacolo mai visto prima; l’esperienza non può aiutare molto in situazioni nuove, e l’intuito potrebbe non essere sufficiente. In queste situazioni, la tecnica imparata sui libri e in corsi strutturati e specialistici è essenziale per risolvere la totalità dei problemi. Credo inoltre che tecnica non vada vista come un ostacolo alla creatività ma anzi un impulso in più: se la padroneggiamo abbiamo solo una migliore gestione del set, più tempo a disposizione per sperimentare cose nuove e soprattutto possiamo avere degli spunti, come quelli offerti da una consapevolezza della luce in fotografia.

Prima di diventare fotografo professionista ti sei anche laureato in economia, indirizzo marketing: che vantaggio ti ha offerto questa laurea nel tuo lavoro di fotografo?
L’università mi ha dato, oltre che una laurea, una forma mentis utile e spendibile in qualsiasi campo. Considerando spesso le mie foto come un prodotto da vendere, è naturale che il mio modo di proporle al committente è contaminato dagli studi che ho condotto. Inoltre il modo di impostare il lavoro del fotografare qualcosa con la finalizzazione di un prodotto mirato ad un determinato target di riferimento ci aiuta anche quando fotogra­fiamo per nostro piacere, a fare una produzione fotografica più strutturata, organica ed efficace nell’intento comunicativo.

Qual è stato il trampolino di lancio per la tua carriera?
Il mio è stato un percorso graduale, segnato da una malattia dalla quale sono stato subito contagiato: la passione viscerale per la fotografia che mi ha spinto a perseverare sempre negli studi e nella sperimentazione e mi ha assorbito totalmente. Poi una serie di eventi hanno contribuito di concerto al traguardo della professione. Ne cito uno in particolare: la cover e i servizi per “Fotografare”, una rivista che fin da ragazzo vedevo come un mondo di cui volevo far parte.
Un altro più recente, deriva sicuramente dalla fiducia che Nikon School, nella persona di Roberto Bachis, ha riposto in me come docente, dandomi l’incarico come Master e come relatore per diversi eventi nazionali come il Nikon Live e il Photoshow.

Parliamo del tuo workflow fotografico. Quale fase incide maggiormente nel determinare il tuo stile e quale ti appassiona maggiormente?
La fase che mi appassiona maggiormente è lo studio del set e in particolar modo la progettazione dei sistemi di illuminazione, ovvero la scelta dei corpi illuminanti, la loro disposizione, il dosaggio e la selezione dei modellatori che struttureranno il set fotografico. Questo naturalmente con il fine ultimo di concretizzare l’atmosfera più idonea alla scena che ho progettato e che ho previsualizzato molto prima di iniziare a scattare.

Quale lavoro ricordi con maggiore piacere? Puoi raccontarci come si è svolto?
Un editoriale stile Playboy anni novanta scattato nei pressi di una location fantastica sul Terminillo. Il set si svolgeva in parte sulla neve e in parte in una baita di montagna. Fu tanto difficoltoso quanto entusiasmante: il freddo metteva in difficoltà la modella che doveva posare comple­tamente nuda, la mancanza di corrente elettrica poneva l’ostacolo di scattare con illuminatori a batteria che spingono il fotografo a essere veloce nella realizzazione delle proprie idee. Ricordo che nella baita non vi era alcuna luce e dovetti usare due dozzine di candele e specchi per ottenere un’illuminazione calda e avvolgente, cui ho affiancato poi la luce flash. In condizioni impervie e proibitive per la maggior parte dei fotografi trovai spunto per uno dei più stimolanti set della mia carriera che alla fine mi portò sulle copertine di Playboy.

Fai ampia promozione di te stesso online e offline: quale strumento di comunicazione hai riscontrato essere più efficace per raggiungere i tuoi clienti?
Il palcoscenico reale, non quello digitale, mi ha dato maggiori soddisfazioni. Durante gli eventi Nikon live la gente ha avuto modo di vedere e sperimentare direttamente la mia fotografia: alla fine di ogni workshop, mi contattano molte persone per saperne di più. Io amo il contatto con le persone, e la condivisione per me è un motore fondamentale della mia fotografia. In queste occasioni di incontro sono anche io ad imparare molto dal confronto. Sicuramente, nel palcoscenico digitale, Facebook vince dal punto di vista della diffusione capillare.

Come docente, quali sono le domande che ti vengono rivolte più spesso dai tuoi allievi?
La più frequente in assoluto è quella sull’effettiva utilità della luce flash anche fuori dallo studio fotografico. Inoltre, mostrandomi i loro scatti, mi chiedono spesso quali sono degni di essere pubblicate sui social media o sui siti web: hanno un’impellente voglia di comunicare con il mondo, sono impazienti di ricevere consensi o, come spesso accade a chi vuol crescere, critiche. Un’altra domanda che mi viene spesso rivolta riguarda l’uso di alcune strumentazioni ritenute spesso non fondamentali o peggio ancora superflue dopo l’avvento del digitale, come ad esempio l’esposimetro che uso sempre nei miei set.

Che consiglio daresti loro per riuscire veramente ad avere successo?
La stessa cosa che consiglierei a un atleta che volesse intraprendere la carriera agonistica: studiare le basi del proprio sport, scegliersi un bravo allenatore, frequentare master di specializzazione sulla specialità scelta, allenarsi costantemente e in modo efficace, sperimentare nuove tecniche e, non ultimo, essere costantemente aggiornato sulle opportunità che possono concretizzare la propria passione ed il proprio talento in una professione.

LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA SUL N. 11/2017 DI RIMLIGHT MODELS & PHOTOGRAPHERS MAGAZINE handright-22

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