Intervista esclusiva a Patrizia Burra


di Nicolò Occhipinti

Pittrice, fotografa e critica letteraria, vincitrice di numerosissimi premi internazionali di fotografia per il suo particolare stile che fa di ogni scatto un’opera d’arte. Scopriamo insieme il talento di Patrizia Burra.

“Odio costruire le fotografie, mettere in posa, i falsi sorrisi. Voglio catturare lo sguardo, e ciò che si nasconde dietro a due occhi preferibilmente inquieti.” Patrizia Burra, fotografa professionista con 30 anni di esperienza, non si limita a cogliere l’instante: lo trasforma in un’opera d’arte che, come dice lei stessa, lo rende ancora più interessante, grazie alle sue doti di pittrice.

Ci racconti come hai cominciato la tua carriera da fotografa?
Ho iniziato prestissimo, avevo circa 20 anni, quindi 35 anni fa. Ho passato ore e ore in una piccola stanza che avevo adibito a camera oscura a sviluppare i negativi (Ilford FP4) e a stampare le foto che avevo realizzato. Questa esperienza meravigliosa è sicuramente una delle basi che tuttora caratterizza e influisce sulla costruzione delle mie immagini.

Quando e come hai sviluppato lo stile che oggi caratterizza le tue opere?
Sono anche una pittrice e la mia ricerca è nata con l’evoluzione del mondo digitale. Ciò che desideravo, era, ed è, una sottilissima fusione tra pittura e fotografia. C’è sempre un elemento che devo inserire, c’è sempre una manipolazione che trascina il reale all’interno di un mondo che è solo mio. Quando mi sono trovata di fronte a strumenti e software come Corel Draw e Photoshop ho deciso di studiare tutte le possibili funzioni e tecniche per ottenere il risultato che avevo in mente. C’è voluto molto tempo. Ho provato e lavorato per giorni interi con una disciplina ferrea.
Le tue foto sono spesso surreali e talvolta ironiche. Quanto della personalità dei soggetti emerge nelle tue immagini finali, e quanto invece risente della tua personale interpretazione della realtà?
La personalità dei soggetti è fondamentale. Non sono disposta a fotografare chiunque, devo necessariamente leggere dietro allo sguardo, e demolire le sovrastrutture che si interpongono tra me e la persona che ritraggo. Molte persone si costruiscono una maschera ed è quella che vogliono farci incontrare. I miei volti devono essere leggibili, devo conoscere la loro vera anima e portarla alla luce. Ciò che mi attrae non è la bellezza di chi sta davanti al mio obiettivo ma il loro universo di emozioni, di cose perse, di desideri inattesi, di anime folli che danzano dentro una palla di fuoco. Poi, trovato questo, sono io a dover interpretare e a rendere viva la magia che ogni essere umano custodisce dentro di sé.

Come selezioni i tuoi soggetti?
Come puoi vedere dalle mie foto alcune persone sono fotografate più e più volte. Alcune modelle sono parte integrante della mia storia artistica e sono irrinunciabili. Se penso a un progetto ho sempre loro in mente, anche perché abbiamo costruito un rapporto talmente
profondo da capirsi senza quasi il bisogno di parlare. Ricevo molte proposte da donne e uomini che vorrebbero posare per me. La scelta dipende sempre dalla mia prima sensazione, deve esserci un particolare che mi attrae, una forma di fiducia che si rivela ancor prima di conoscere il soggetto. È molto una questione di pelle.

È evidente che non cerchi di rappresentare il bello a tutti i costi, ma anzi inserisci o esalti spesso elementi dissonanti che creano una sensazione di “disturbo”, così da colpire l’osservatore. Come scegli questi elementi dissonanti?
Dipende da ciò che riesco a leggere in una persona. Le emozioni che questa provoca in me saranno la base determinante della storia e non viceversa. La mia vita artistica è segnata da una poesia che ho letto molti anni fa: “Canto d’amore di Alfred Prufrock” di T.S. Eliot. Qui, dentro al testo, c’è tutto. È la storia di un uomo che non osa, che non ha il coraggio di manifestarsi a una donna. Prufrock costruisce a regola d’arte una scusa per rimandare l’azione. Lui pensa: “Ci sarà tempo… ci sarà tempo e in un attimo solo potrò rovesciare il mondo”. Poi però dice: “Oserò turbare l’universo?” E nel frattempo, in quel lungo lasso di tempo che inevitabilmente trascorre, lui si rende conto che la sua vita è oramai agli sgoccioli. Quale frustrazione più grande di questa? Il personaggio di Eliot ha avuto paura, Prufrock sarebbe da fotografare. Lui, il soggetto ideale con una vita soltanto immaginata e irrimediabilmente perduta.
La dissonanza è, per me, l’immaginario che si arrende al sogno. L’elemento che vive in un concetto astratto, senza tempo e senza pace.

Come definiresti il confine tra fotografia e digital art?
La pura fotografia è la rappresentazione della realtà, mentre l’elaborazione avvicina il reale ad un concetto che stringe assieme sia l’immaginazione del fotografo che la persona ritratta. È una simbiosi che varca un confine.

Come trovi ispirazione per i tuoi lavori? Raccontaci come nasce una tua opera dal concept alla post-produzione.
Solitamente improvviso. L’ispirazione, nella maggioranza dei casi, nasce dopo lo scatto. Le mie storie nascono dalla persona non da un concetto di base. Sono restia a preparare in anticipo uno scenario. Lo creo dopo, dopo che tutte le emozioni e le sensazioni mi aprono la strada verso un concetto. A questo punto posso raccontare una storia.

Quali schemi di illuminazione prediligi?
Ho usato sia luce continua che flash. Spesso creo una schema di illuminazione mista e adoro la luce naturale. Visto però che lavoro soprattutto in studio prediligo i flash off camera.

Quali obiettivi usi più spesso?
Schneider Kreuznach 80 mm e 110 mm.

Pariamo di business. I tuoi clienti sono principalmente quelli che si fanno ritrarre, o coloro che acquistano una foto già realizzata?
Nel mio caso principalmente quelli che si fanno ritrarre, ma capita anche che alcuni giornali o brand richiedano delle immagini per scopi pubblicitari.

Quale dei numerosi premi ricevuti ricordi con maggiore soddisfazione?
Eh, questa è una risposta che non posso darti. Ogni premio è una gran soddisfazione. Ottenere il MQEP (Master Qualified European Photographer) è stata sicuramente una delle maggiori.

Il traguardo più bello raggiunto finora?
Ottenere appunto il MQEP e poter far parte dei giudici per le sessioni dei QEP e MQEP per la FEP (Federazione Europea Fotografi Professionisti). Organizzare delle interessantissime conferenze, tenute dai migliori fotografi di fama internazionale, per l’ associazione no-profit che ho creato: “Photography Masters Conference” (www.photographymasters.eu).

LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA SUL N. 9/2016 DI RIMLIGHT MODELS & PHOTOGRAPHERS MAGAZINE handright-22

Iscriviti alla nostra Newsletter


Registrandoti confermi di accettare la privacy policy

 Iscriviti alla newsletter!